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“La Metagenealogia è un metodo di analisi che permette di espandere la visione della propria dimensione psichica. Questo ci fa comprendere fino a che punto quello che pensiamo, sentiamo, desideriamo o viviamo, così come i nostri conflitti e le malattie possono essere il risultato di un passato famigliare, sociale, storico o di residui educativi”

Alejandro Jodorowsky  dal libro Metagenealogia.

Che cos’è la Metagenealogia? Con il termine “Metagenealogia” non si intende solo lo studio del passato familiare, ma anche il nostro lavoro verso “la chiamata del futuro”, cioè l’insieme degli obiettivi, delle intenzioni e dei talenti da sviluppare che sono sia il nostro futuro come persona unica che è ciò che il nostro albero genealogico ci impedisce di realizzare. Ad esempio: in un albero dove non c’è mai stato un artista, può esserci tale credenza: “è impossibile vivere con la propria creatività: ogni artista è destinato a morire di fame”. Se un membro della famiglia ha un talento, una vocazione particolare (ad esempio suonare il violino), è evidente che questa credenza familiare peserà su questa persona. Si può tuttavia anche immaginare che l’albero “ha bisogno” di un violinista, cioè del talento, dell’obbiettivo, della vocazione di questa persona, per rigenerare. Questa dinamica, a volte questo conflitto, che viviamo nella nostra pulsione a realizzarci, e le tendenze ripetitive delle eredità familiari, sono al centro della Metagenealogia.

La psicobiologia fa parte delle scienze umane, e c’è una parte di psicobiologia nel lavoro sull’albero. La questione della dinamica tra passato e futuro ci porta alla sola realtà che possiamo conoscere: vivere nel presente. In questo senso il lavoro sull’albero si avvale sia delle tradizioni spirituali, come la meditazione, che dello studio delle strutture familiari indicate dai grandi miti religiosi orientali e occidentali. Si tratta di una disciplina a metà strada tra la terapia, arte e spiritualità.

Come possiamo conoscerci meglio conoscendo la nostra famiglia?
La famiglia (vivente e non vivente) ci “scolpisce” e ci impone una serie di ordini e di interdizioni, che si ripetono e si trasmettono da generazione in generazione. “Fai questo, non fare quello” “Dire cosa è pericoloso””il Bene è questo, il Male è quello”, ecc. Una parte di questa eredità è cosciente, ma la maggior parte di queste credenze, di queste ferite emozionali, queste vergogne, queste frustrazioni, queste limitazioni abusive, restano incoscienti per la maggior parte della gente. Studiare il proprio albero permette di fare riemergere più informazioni in superficie ed iniziare a riordinare: a che cosa veramente mi serve tutto ciò? Che cosa mi aiuta veramente a vivere, qual è il senso della mia realizzazione? Successivamente il lavoro consiste nel liberarsi da ciò che ci trattiene ci intralcia (contratti, blocchi, vergogne, definizione di noi stessi, ecc.), e ad integrare delle informazioni positive mancanti (ad esempio: che cos’è una nascita vissuta nella felicità? che cos’è il vero amore materno e paterno?, ecc.)
La famiglia “si muove” per imitazione. Così come in certi popoli indigeni, l’appartenenza al clan avviene attraverso delle mutilazioni rituali, l’inconscio ha la tendenza a ripetere i tratti e gli eventi che indicano l’appartenenza alla tribù. Una grande parte dell’educazione avviene attraverso dei processi d’imitazione, ad esempio per un bambino che cresce in un’atmosfera depressiva sarà più difficile trovare le risorse che attivino la gioia di vivere. La famiglia è la nostra prima risorsa d’informazioni: noi parliamo (in tutti i sensi del termine) il linguaggio che lei ci insegna.

Come fare nel caso in cui l’eredità familiare sia molto pesante da portare?
Ci sono diversi livelli di risposta a questa domanda. In un caso estremo, se la famiglia è terribilmente violenta o abusante, si può decidere: “questi geni mi hanno semplicemente messo al mondo e io non ho più niente a vedere con essi”, e tagliare i legami. Significa riconoscersi come orfano. Ma una volta che si sono superati la maggior parte dei problemi con cui e che si vive in uno stato di “guarigione minima sindacale” (cioè si funziona come desiderato, su tutti i livelli, affettivo, sessuale, materiale, professionale, relazionale, intellettuale…), può essere utile fare un passo indietro e domandarsi: perché ho “scelto” quei genitori, quell’albero?
Che cosa devo apprendere da tutto questo percorso, dalla mia infanzia, dalla mia eredità, da tutto ciò che mi ha condotto/a ad oppormi e a differenziarmi? La famiglia divene subito la trappola che ha colpito il nostro essere autentico ed un tesoro che può condurci, malgrado tutto, alla nostra realizzazione.

Possiamo veramente liberarci dalla famiglia e divenire esseri singolari?
Certamente! Ma tutto ciò domanda coraggio e soprattutto la volontà di crescere, cioè di guardare implacabilmente in noi dove si annida l’eterno bambino. Non parlo del “bambino interiore”, come si evoca a volte per indicare la parte di noi che ama giocare, che ha conservato una certa innocenza. Io parlo di quel marmocchio che urla in aereo o in treno perché reclama un gioco e rompe i timpani a tutti i passeggeri, colui che tutti portiamo dentro e che le tradizioni spirituali chiamano “ego”: la parte di noi che non è d’accordo con la realtà così com’è, che da sempre la colpa all’altro, e che aspetta frignando e facendo capricci che papà e mamma siano perfetti e che il passato sia guarito. Il passato non guarisce mai: è ciò che è stato, senza rimedio. Ma noi possiamo fare del nostro presente una realtà inedita, indipendente dalla nostra eredità. E’ con questo obiettivo che il nostro libro è stato scritto.

La verità non può essere posseduta da nessuno, poiché la verità è quello che è utile in un momento ben definito, in un luogo definito e per un essere definito.

di Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa